Fotografia e nuova comunicazione pubblica: professionalità e buone pratiche. Un’esperienza di fotografia in situazione di emergenza

Il 18 ottobre scorso si sono svolti a Venezia, gli Stati Generali della Fotografia, nell’ambito degli Stati Generali della nuova comunicazione pubblica organizzati da PA social: “La tavola rotonda, coordinata dall’Associazione Italiana Reporter Fotografi, ha riunito le associazioni che erano state convocate nell’ottobre 2017 a Bolzano dal MiBACT, al fine di avviare una indagine volta alla ridefinizione e rivalutazione della figura professionale del fotografo”, si legge in un comunicato dell’AIRF, che prosegue:“Il punto cruciale, su cui si intende insistere e da cui bisognerà partire, è il richiamo imprescindibile alla formazione di figure professionali all’interno della Pubblica Amministrazione e, per fare questo, in linea col Piano Strategico della Fotografia, si rende necessario creare un tavolo di lavoro su tali tematiche, che diventa quindi il prossimo passo tangibile da compiere.A distanza di un anno e dopo la redazione del Piano Strategico della Fotografia – nato ad opera del MiBACT proprio a seguito di quanto scaturito dai primi incontri organizzati dalla Cabina di regia per la Fotografia – ci siamo ritrovati con CNA, FIOF, TAUvisual, ANFM, Confartigianato Imprese Fotografi e A.I.F.B. per riprendere le fila del discorso, ma questa volta dal punto di vista dell’utilizzo della fotografia sui social network e nella Pubblica Amministrazione”.

Oggi negli Enti pubblici c’è una maggiore attenzione nella gestione e nella valorizzazione degli archivi fotografici. Diversamente invece è l’andamento per quanto riguarda l’impiego della fotografia nella comunicazione pubblica. In linea generale infatti, la fotografia rientra spesso solo nell’ estemporaneità di alcuni eventi, per lo più, confidando nell’opera e nella buona volontà di qualche dipendente, munito di macchina fotografica, impegnato a svolgere altre mansioni. Questo atteggiamento superficiale, pone la pubblica amministrazione in una condizione di inadeguatezza ed in notevole ritardo nella gestione della nuova comunicazione, nonostante la posizione privilegiata assunta dalla fotografia, già dal secolo scorso, nella Teoria della comunicazione e nell’ indagine epistemologica.

“La fotografia è un atto fotografico, che ‘non si limita, semplicemente al solo gesto dello scatto, ma include tanto l’atto della sua ricezione quanto quello della contemplazione (Philippe Dubois)’ e facendo riferimento alle immagini in generale, Bredekamp si spinge fino alla natura “bidaktiv” (figurattiva) delle immagini: una quasi-soggettività che le identifica come entità agenti in proprio. Così pure quando si parla di ‘fare cose con le immagini’ all’interno di un percorso di una dimensione mediale della produzione, significa riutilizzare le immagini, risignificandole, per usi differenti da quelli per cui sono state realizzate (A.Pinotti e A. Somaini ‘Cultura visuale’ 2016 ed. Einaudi ). “ Processi complessi che richiedono grande responsabilità e capacità di utilizzare, anche attraverso la riprogettazione, l’enorme quantità di strumenti tecnici, metodologici e deontologici che il fotografo professionista può mettere a disposizione dell’ intervento istituzionale. Inoltre la fotografia avendo attraversato tutti gli ambiti disciplinari: scientifico, artistico, storico e letterario ha creato aree di intersezione tra i saperi favorendone il confronto; caratteristica indispensabile in un contesto di condivisione delle conoscenze e delle buone pratiche per favorire punti di contatto e di scambio con gli altri professionisti della comunicazione: giornalisti, comunicatori pubblici, social media manager, ecc.

 

La fotografia come direttrice di ricerca

Di seguito riporto la mia esperienza professionale svolta nel Centro di Intervento-Ricerca e programmazione socio culturale, del Comune di Pozzuoli, tra il 1983 e 1984 nella fase di massima emergenza del bradisismo flegreo.

Tale esperienza non può essere correlata in modo diretto  a quanto poc’anzi detto poichè, nei 34 anni trascorsi da quell’ evento, sono tanti i cambiamenti generati dall’ evoluzione tecnologica nella fotografia e nella comunicazione e tante sono state anche le trasformazioni sociali / culturali e quindi la percezione stessa dell’emergenza.

In quegli anni, le relazioni in genere, avvenivano in quelli che erano considerati i luoghi deputati alla comunicazione: piazze, spazi per assemblee, circoli, pertanto l’evacuazione dell’intera città, con l’allontanamento dei cittadini dalla proprie case e la chiusura di molti spazi pubblici, rese particolarmente difficile  il confronto, generando una frattura relazionale/comunicativa tra i cittadini e le istituzioni. Quegli incontri pubblici che si riuscivano ad organizzare: conferenze stampa, assemblee pubbliche, spesso si trasformavano in momenti di conflittualità, per il clima di tensione crescente tra i cittadini. Inoltre, giusto per dare un’idea sulle difficili condizioni di lavoro, anche stampare le fotografie era un’impresa non da poco, dato che il sottoscritto doveva scappare dalla camera oscura, ogni qual volta sopraggiungeva una delle tante scosse di terremoto che si susseguivano durante il giorno e la notte.

Quello che invece ritengo possa essere ancora valido sono, sia le scelte operate all’interno del gruppo di lavoro interdisciplinare, sia l’impianto metodologico generale su cui poggiava questa esperienza di ricerca che si sviluppava lungo tre direttrici. Una delle quali era la direttrice fotografica.

 

La ricerca fotografica

La finalità generale del Centro di intervento ricerca era la creazione di un raccordo tra istituzione e società, attraverso la realizzazione di eventi culturali, definiti “azioni” (dalla Teoria dell’azione di Alain Tourene), anche con il coinvolgimento delle scuole del territorio, con la successiva analisi degli effetti di tali attività ed infine l’informazione attraverso la divulgazione dei dati. Vi facevano parte operatori con esperienza rispettivamente nel fotogiornalismo, nel campo dell’intervento socio culturale e della ricerca sociale svolta nell’ambito del Censis.

Si trattava, in pratica, di sondare il territorio con tre strumenti metodologici diversi, affinchè potessero studiarlo ognuno dalla propria metodica. Tali strumenti erano: l’indagine sociologica, l’indagine fotografica, l’intervento socio-culturale (da: “Emergenza territorio ed intervento ricerca” ed. Comune di Pozzuoli).

“Dove le case dove il lavoro”, era il titolo, ma anche il punto da dove partiva la ricerca fotografica. Il luogo scelto: i vicoli marinari, la parte bassa della città, quella sul mare. Vicoli quasi deserti, con qualche passante che si vedeva ogni tanto. Nelle case vuote, gli oggetti sembravano persistere nell’ultimo istante delle loro funzioni, come un palcoscenico da cui gli attori erano improvvisamente scappati, lasciando gli oggetti di scena a raccontare la loro storia. Non c’era il senso della distruzione, ma l’incombere del pericolo, il mistero di ciò che da un momento all’altro poteva accadere. Era questa la paura del rischio vulcanico.

La solitudine che si percepiva attraversando i vicoli marinari, faceva da eco all’attesa e allo stato di sospensione in cui era piombata la città ed anche quei pochi rumori di passi, venivano risucchiati dallo spazio circostante. Ciò nonostante, la percezione della presenza dell’uomo era forte, con i muri e gli spazi delle case ricchi dei segni e degli oggetti della quotidianità, che  l’ombra, dimensione legata al mistero e all’ignoto, sembrava invece, averne custodito il ricordo e la forza simbolica. Come in un lungo racconto di scena, iniziava la ricerca fotografica dei vicoli marinari, dove le zone d’ombra diventavano volumi, corpi fisici, ma anche luoghi della mente, in cui i dettagli, sfuggiti all’attenzione dell’occhio, assumevano un valore più alto, recuperando la loro funzione narrativa della vita degli abitanti, in una fase in cui dominava la paura e la necessità di trovare una sistemazione sicura, alternativa alla propria casa, lontano dalla città.

Fotograficamente, lavorare in questa direzione, significava indirizzare il ricordo personale nella narrazione collettiva per identificarlo come parte della comunità. Dal grigio più chiaro a quello più scuro si leggeva la vita nella continuità del tempo. Dall’ombra svelata, apparivano i segni dell’umana quotidianità e null’altro.

La ricerca fotografica si poneva due obiettivi principali:

  • riportare l’attenzione sui legami e le relazione con le proprie radici, per contrastare l’isolamento creato dall’evento straordinario che tendeva a riportare l’individuo alla percezione dei soli bisogni primari.
  • riavviare un confronto sull’emergenza, attraverso un’esposizione fotografica,  per riannodare un dialogo interrotto tra le varie componenti sociali.

La mostra – intervento

Dalle interviste fatte durante la ricerca, oltre ad una richiesta di una costante e coerente informazione sul bradisismo e sul destino della propria città, traspariva un generale senso di inquietudine, una condizione delicata, non sempre favorevole al confronto. Nei dibattiti la tensione saliva a livelli ingestibili e le domande spesso si trasformavano in scatti d’ira.

In un periodo di assenza di iniziative, la mostra fu pensata come luogo d’incontro: con pannelli, dove erano applicate le foto, ed archetti di legno, si creò un percorso che richiamava a quello urbano. C’era una via principale, la piazza, i vicoli e terminava in uno spazio dedicato al dibattito, con un tavolo di presidenza e un centinaio di sedie. Al mattino era frequentata prevalentemente dagli studenti della scuola Quasimodo, che ospitava la mostra, la sera, da coloro che volevano partecipare al dibattito. Il dibattito serale, un “faccia a faccia”, coordinato dagli operatori del centro, affrontava volta per volta una tematica diversa: scuola, attività economiche, protezione civile, riassetto territoriale. Nelle serate dedicate alla protezione civile e all’assetto territoriale, l’affluenza fu tanto elevata, da costringere gli operatori del Centro a spostare gli incontri nell’auditorium di una scuola vicina.

Le serate si conclusero tutte senza grandi difficoltà, riuscendo ad avviare un confronto su tematiche tanto sensibili, in un’ atmosfera quasi familiare. La costante presenza nelle tendopoli e nelle case non ancora abbandonate, aveva fatto crescere la fiducia nei cittadini, i quali, condividevano con gli operatori, anche la stessa condizione esistenziale.

Alla mostra partecipò circa un migliaio di persone, compreso l’allora ministro per il coordinamento della Protezione Civile on. Vincenzo Scotti.

In conclusione è doveroso e mi fa piacere ricordare tutti quelli che hanno lavorato al raggiungimento degli obiettivi del Centro di Intervento ricerca i cui operatori erano: Domenico Costantino, Giuseppe Del Rossi, Sergio Mantile, Massimo Migliaresi, Patrizia Oriani, Carla Orsini, affiancati da: Valentino Grandillo responsabile dell’ufficio audiovisivi, Luigi Zeno responsabile amministrativo ed il vulcanico e geniale Vittorio Lopez, allora, dirigente della ripartizione Cultura e Servizi Sociali del Comune di Pozzuoli, ideatore del progetto.