La Birmania e noi

L’oppio è la religione (e l’economia) dei popoli

 

 Per un curioso destino gli avvenimenti politici che accadono in Indocina sollecitano fortemente la nostra partecipazione: fu così per il Vietnam, con la Birmania in quegli anni nell’ombra; è così oggi per la Birmania per quel fiume di monaci che ne sta facendo la storia insieme ad Aung San Suu Kyi e al suo movimento democratico.

C’è qualcosa di significativo e di fortemente simbolico nelle immagini dei volti e dei gesti dei monaci come di Suu Kyi, come allora nelle foto memorabili del vietnamita ucciso con un colpo alla testa o del vietcong che cattura il gigante americano. Del comunismo reale vietnamita e ancor peggio cambogiano sappiamo come è andata a finire: la stessa guerra tra i due paesi comunisti, Cina e Vietnam, alla fine degli anni 70 mostrava l’ennesimo fallimento del mondo comunista e come la lotta per la liberazione dei popoli e la pace fosse ben più complessa e difficile del solo anti-imperialismo.
La Birmania (oggi Myanmar) appena ottenuta l’indipendenza nel ‘47 vide assassinato, all’età di trentatre anni, il leader democraticamente eletto Aung San U. Dai primi anni sessanta conosce governi e repressioni militari durissime come quella del 1988 che vide migliaia di intellettuali, studenti, giovani monaci, che manifestavano in modo non violento, massacrati dal regime. Quando Alleanza democratica, movimento fondato da Suu Kyi, figlia del padre della patria Aung San, vinse due anni dopo le elezioni concesse dai militari in difficoltà, fu impedita la convocazione del Parlamento, arrestati e uccisi leader democratici e lei stessa messa agli arresti domiciliari, sorvegliata e in isolamento con l’esterno: condizione che è più o meno quella attuale con qualche allentamento dopo l’ultima rivolta.
In Birmania, paese tra i più poveri, insieme al Laos e alla Cambogia, dell’Asia sud-orientale, sono presenti forti interessi occidentali e cinesi; nello scorso decennio si contavano due università per una popolazione pari quasi a quella spagnola. Durante il colonialismo, gli Inglesi stabilirono grandi piantagioni di oppio, che poi esportavano clandestinamente in Cina. Oggi sulle montagne dell’Est, che fanno parte del Triangolo d’oro, si coltivano circa i tre quarti dell’oppio di tutto il mondo. A organizzare la produzione e il traffico di droga furono alcuni ufficiali e soldati cinesi del Kuomintang, che si stabilirono qui nel 1949 fuggendo davanti all’avanzata comunista nel loro paese.
L’oppio è la religione dei popoli: l’inversione, scherzosa ma non troppo, della celebre frase di Marx, dà forse il senso di aspetti fondamentali del nostro tempo, e delle nostre società, del peso di un consumo di massa delle droghe in generale e dei profitti di un’economia illegale; inoltre il passaggio della parola ek-stasis dal suo significato mistico a nome di una droga dà il senso della trasformazione avvenuta dal Paradiso di Dante ai paradisi artificiali ed esotici e del turismo sessuale della nostra contemporaneità.
Certo religioni e chiese non hanno affatto perso vizi dogmatici e teocratici: tuttavia per i popoli del sud del mondo, le religioni esprimono, ancor più dopo il fallimento comunista, anche la rivolta contro la povertà e l’oppressione. In Birmania la popolazione è in larga parte buddista (del ramo hinayana, uno dei due filoni in cui si è diviso storicamente il buddismo, l’altro è mahayana: il primo più fedele allo spirito originario, il secondo più aperto ai mutamenti). La religione buddista e la non violenza sono da anni espressione della dignità del popolo birmano, della lotta contro la miseria e l’oppressione politica. Ma non solo il buddismo politico, quello che ha sorpreso chi ne conosceva solo la versione di una serenità distaccata e non di una compassione attiva, ha da insegnarci qualcosa di importante.
Le foto dei monaci in pace che pubblichiamo ci comunicano qualcosa di ancora più profondo. Non si vive di sola storia, politica, economia, divertimento. C’è una dimensione più profonda degli individui; ci sono, come si evince anche da queste foto, volti che sono ancora facce e non maschere sciocche. Così come la bellezza espressiva del volto scarno di Suu kyi non la cambierei con le modelle o veline che vanno per la maggiore dalle nostre parti. Chi non appartiene ad alcuna famiglia religiosa non per questo non può essere aperto al mistero sacro del nostro essere nel mondo, o non si sente più vicino ai tratti di uomini autenticamente religiosi, che non alle volgarità e vacuità di tanti nostri vicini.
Il nostro è un mondo per tanti versi penosamente solitario, rumoroso, dispersivo, stressato, depresso, obeso, vanitoso, egoista, manierato: per questo ha da imparare da un mondo povero e affamato, capacità di concentrazione interiore e cura dell’anima, silenzio, ascolto, lentezza, umiltà, compassione.

Se questo articolo è risultato interessante UlixesNews propone di sfogliare il report sulla birmania di Luca Forno 

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