È morto a Napoli Mimmo Jodice, maestro della fotografia italiana, tra i più grandi interpreti del rapporto tra immagine, tempo e memoria.
Con il suo bianco e nero rigoroso, ha trasformato la fotografia in un linguaggio del pensiero, capace di restituire alla realtà la sua dimensione silenziosa e interiore.
Nelle sue opere, la città di Napoli diventa luogo mentale: spazio di mito, assenza e presenza, dove la luce non illumina ma rivela.
Per Jodice, fotografare significava fermare il tempo per ascoltarne il respiro.
Dal dialogo con le avanguardie degli anni Sessanta alla meditazione sul Mediterraneo e sul paesaggio archeologico, il suo lavoro ha segnato un passaggio decisivo nella storia visiva del Novecento.
Il bianco e nero non era una scelta estetica ma morale: togliere il superfluo per giungere all’essenza.
Con la sua scomparsa, la fotografia perde una delle sue coscienze più alte.
Resta la lezione del suo sguardo: che la luce, quando incontra la pietra, diventa memoria del mondo.
Il tempo etico di Mimmo Jodice
di Giuseppe Del Rossi
C’è un tempo che non scorre: resta.
È il tempo che Mimmo Jodice ha saputo riconoscere e custodire nelle sue fotografie. Un tempo che non appartiene ai calendari né agli orologi, ma all’etica dello sguardo, alla responsabilità del vedere.
Ogni sua immagine è un atto morale prima ancora che estetico: un modo di abitare il mondo con rispetto, di fermarsi davanti alle cose per ascoltarle.
Nella sua Napoli senza tempo, nei volti antichi e nei paesaggi sospesi, Jodice non cercava il passato, ma il senso del permanere.
La sua non era nostalgia, ma consapevolezza che la fotografia può trattenere la dignità dell’umano, anche quando tutto sembra dissolversi.
Il tempo etico nasce proprio lì, nel gesto di sottrarre un frammento di realtà all’oblio, per offrirlo come testimonianza, come memoria condivisa.
Le sue immagini, spesso silenziose e rigorose, non chiedono di essere comprese: chiedono di essere rispettate.
Davanti a un suo scatto si avverte una sospensione quasi sacra.
La luce non è mai decorativa, ma rivelatrice; il tempo non è mai istante, ma durata interiore.
Come se ogni pietra, ogni corpo, ogni sguardo avesse diritto alla sua verità, e il fotografo ne fosse solo il custode.
Jodice ha trasformato la fotografia in una forma di coscienza: ha insegnato che l’immagine può diventare un luogo morale, uno spazio dove la storia e la memoria si incontrano senza retorica.
Nel suo percorso, dal realismo sociale degli anni Sessanta alle visioni metafisiche di Mediterraneo, si compie la parabola di un uomo che ha cercato il volto nascosto del tempo, quello che non consuma ma rivela.
C’è un’etica nel suo modo di guardare, perché ogni immagine nasce da una scelta di responsabilità:
non sfruttare il dolore, non ridurre la realtà a spettacolo, ma riconoscere in ogni soggetto la sua dignità.
Per questo le sue fotografie non raccontano il tempo che fugge, ma quello che resiste: il tempo umano, lento, profondo, che si sedimenta nella coscienza di chi guarda.
In un’epoca di immagini rapide e dimenticate, Mimmo Jodice ci lascia una lezione luminosa:
il tempo dell’arte è il tempo dell’etica.
Guardare, davvero, significa prendersi cura.
E ogni volta che una sua fotografia si apre davanti a noi, il mondo sembra ricordarsi di se stesso
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