Il mosaico è una stupefacente opera artistica ottenuta mediante l’unione di minuscoli elementi.
In linea di massima si identifica in due tipologie:
- pavimentale, quando è posato sul pavimento ed è costituito solitamente in tessere di pietra dura per limitarne l’usura da calpestio
- parentale, quando è collocato su parete ed è realizzato con tessere in pasta vitrea ma anche oro, argento ed altri materiali.
L’arte musiva, come tutte le rappresentazioni grafiche, viene utilizzata sia per scopi puramente ornamentali sia per trasmettere messaggi, a volte anche complessi, agli astanti.
Sin dagli albori l’umanità si è affidata alle immagini per manifestare determinate informazioni. Ancora oggi attraverso pittogrammi convenzionali che troviamo sulle porte, nei segnali stradali, sugli elettrodomestici e sui prodotti di consumo, riceviamo determinate indicazioni che comprendiamo anche se ci troviamo in un paese diverso dal nostro.
A volte il messaggio che si vuole trasmettere è molto articolato se viene sintetizzato in poche immagini per cui l’utilizzo della simbologia classica diventa difficile da interpretare.
È il caso di un mosaico pavimentale situato nel Parco archeologico di Baia, scoperto durante la campagna di scavo del 1941.
Nel suddetto parco esistono tre mosaici.
Il primo, coperto da una tettoia e realizzato in tessere bianche e nere, è situato nel settore della Sosandra. (Fig. 1)
Riporta una serie di cerchi posizionati geometricamente ai vertici di quadrati, al centro dei quali è riportata una X. Nella sua geometrica semplicità, ritrae la perfezione delle linee con una funzione decorativa.
Il secondo si trova nell’ambiente di fronte a questo. È policromo ed è composto da diversi pannelli. Quelli quadrati o rettangolari contengono una mschera teatrale, mentre quelli ottagonali una civetta, un rapace con serpente, un’anatra che a loro volta racchiudono una scena con tre figure umane contenute nella stessa cornice.
Molte delle sue tessere sono andate perdute causa incuria e restauri sbagliati. (Fig. 2)
Scendendo per la ripida rampa che dalle Piccole Terme porta nella zona sottostante (settore di Venere) si nota a destra, entrando nelle Terme di Adriano, il terzo ed ultimo mosaico figurato in tessere bianche e nere.
È quello che esamineremo in queste pagine ed ha rappresentato un enigma sin dalla sua scoperta.
E ‘ composto da tre figure sovrapposte in verticale racchiuse in altrettanti ovali. (Fig. 3)
Nella parte superiore è raffigurato un cratere con due colombe. (Fig. 4)
Il tipo di vaso a forma di coppa/calice è riprodotto frequentemente nei luoghi di culto poiché, contenendo l’acqua simbolo della vita, rappresenta la fons perennis ovvero la fonte della rinascita, della rigenerazione.
Sul suo bordo poggiano due colombe poste una di fronte all’altra.
Di regola simboleggiano le anime e spesso sono ritratte mentre si dissetano affinché avvenga la trasmigrazione e la conseguente ricongiunzione con le divinità. Approfondiremo l’argomento più avanti.
Nell’ovale posto al centro vi è una figura maschile con una insolita aureola sul capo. (Fig. 5)
Non essendo stata compresa, a causa della sua singolarità, al soggetto sono state attribuite varie identità.
È stato definito Helios “dio del sole” quando l’aureola è stata considerata una raggiera solare. Interpretata come una corona di rami, invece, si è pensato che rappresentasse una divinità silvana. Poi Mitra e addirittura chi lo ha eletto il “dio inverno“.
Fino alla fine del 2015 studiosi e testi autorevoli lo hanno definito genericamente un “erma virile” [ , , . 227] ovvero una testa umana poggiata su un pilastro.
Solo dopo un lunghissimo studio, durato circa vent’anni, ho potuto scoprire il mistero e attribuirgli la sua vera identità.
La maggior parte degli anni sono stati spesi ricercando figure analoghe, fino a quando mi sono reso conto che non ne esistono altre.
Allora, come si fa in questi casi, sono ripartito daccapo iniziando dal committente delle Terme ovvero l’imperatore Adriano.
Adriano nacque il 24 gennaio del 76 non si sa se a Italica in Spagna, come sostenuto da più fonti, oppure in una casa alle pendici dell’Aventino piccolo a Roma [. – . . ].
Legato da vincoli di parentela, ben presto fu sotto la tutela dell’imperatore Traiano sin dalla tenera età e nel 117, alla morte di questi, gli subentrò regnando fino al 10 luglio del 138, giorno in cui morì proprio qui a Baia.
A 24 anni il connubio con la famiglia imperiale si rafforzò sposando Vibia Sabina, nipote di Traiano e, accompagnando il suo tutore sui campi di battaglia, maturò una notevole esperienza militare che fece nascere in lui l’anima del condottiero audace ma riflessivo.
Letterato, grande appassionato della civiltà e della cultura greca, Adriano fu affascinato dall’Egitto subendone fatalmente l’ influenza religiosa. Fu sedotto dai culti misterici ed in particolare dal culto di Iside, sorella-moglie di Osiride, dea della Terra e dell’abbondanza.
Nel 123, durante le sue campagne in oriente, conobbe Antinoo, un giovane bitiniese di 13 anni. Lo inserì nella sua corte e lo fece trasferire a Roma per educarlo ed istruirlo.
Al suo ritorno in patria nel 125, affascinato da quell’adolescente le cui forme fisiche venivano modellate dalla crescita, lo seguì con particolare interesse ed il consenso del giovane fece sbocciare tra i due una profonda relazione amorosa.
Al giorno d’oggi Adriano verrebbe accusato di pedofilia ma all’epoca era normale sia la bisessualità che il rapporto amoroso coi giovinetti.
In Grecia la relazione sessuale di un adulto e un minore in età compresa tra i dodici e i diciotto anni, era considerata lecita e riconosciuta come percorso pedagogico educativo. Per pedofilia invece si intendeva una relazione sessuale con un minore di dodici anni e in questo caso veniva punita.
La passione di Adriano per Antinoo diventò travolgente e nel 128, quando ripartì per le sue campagne militari nelle province dell’Impero, si fece accompagnare dal suo favorito diventato oramai inseparabile compagno di vita e ne condivise le gioie ma anche l’apprensione per il suo stato di salute.
Adriano soffriva infatti di idropisia, un alterato accumulo di liquido nei tessuti, e i suoi àuspici gli avevano predetto una vita breve.
Durante un’escursione in barca da Arsione a Tebaide, il suo amato Antinoo annegò nel Nilo in circostanze misteriose e probabilmente martoriato dai coccodrilli.
Le versioni dell’accaduto sono difformi.
Alcuni sostengono che sia stato ammazzato, altri che sia stato convinto a suicidarsi dall’entourage di corte.
Dione Cassio afferma che si è deliberatamente tolto la vita, compiendo un gesto sacrificale nei confronti del suo imperatore al quale gli indovini avevano predetto una vita breve: offrì volontariamente la sua vita agli Dei al posto di Adriano.
La disperazione dell’Augusto fu devastante: talmente evidente da essere duramente criticato a Roma di aver pianto Antinoo alla stregua di una donnetta. Per mitigare la grave perdita fece riprodurre le sembianze del giovane amante in tutte le sconfinate province dell’impero per perpetuarne la memoria ed in suo onore fondò addirittura una città: Antinopolis.
Ma non si limitò alle opere, ne proclamò perfino la divinazione!
Nacque così il dio Antinoo.
Sull’obelisco del Pincio a Roma, posto probabilmente a decorare la tomba dedicata al giovane, su tutti i lati presenta una lunga iscrizione in caratteri geroglifici che commemora l’amato e narra le fasi delle esequie descrivendo le cerimonie proprie del suo culto identificando Antinoo con la divinità egizia Osiride.
Le iscrizioni definiscono anche le caratteristiche del tempio voluto da Adriano e consacrato al culto del giovane. In una si legge un discorso rivolto ad Osiride/Antinoo, un altro rivolto a Ra-Harakhti, mentre gli altri ideogrammi rivelano la divinizzazione del giovane e l’istituzione di culti in suo onore seguito dal titolo funerario di “wsir ” Osiride, divinità psicopompa che guida e giudica le anime nell’oltretomba: “ ̀ ”.
In un altro lato della stele, una preghiera rivolta da Adriano ad Osiride-Antinoo col cuore colmo di gioia dopo che ha riconosciuto il suo corpo in seguito alla sua risurrezione e che ha visto suo padre Rà-Har[akkti].
Nei Musei Vaticani, alla sala III, è visibile il Serapeo e il Canopo provenienti da villa Adriana in cui è presente la statua di Antinoo/Osiride in tutta la sua elegante bellezza.
Osiride, in egiziano antico, è sinonimo di “vegetazione ” e per tale motivo è festeggiato durante la raccolta del grano i cui germogli simboleggiano la sua resurrezione. In molte raffigurazioni è rappresentato come “ Osiride vegetante ” ed è posto nelle tombe come parte del corredo funebre.
Tali informazioni, la notevole somiglianza del volto del mosaico con quella di Antinoo nelle rappresentazioni statuarie ( ) e l’analogia dei germogli di grano sul corpo di Osiride vegetante e quelli nell’aureola del mosaico (6) e (7), mi hanno convinto che il personaggio centrale del mosaico di Baia raffiguri proprio Antinoo in versione Osiride vegetante, ovvero con l’aureola di germogli di grano a simboleggiare la potenza rigenerativa del dio Osiride. L’ augurio per il defunto di rinascere come fa la vegetazione ogni anno. (Figg. 6 e 7)
La medesima tradizione dei germogli di grano, simbolo della resurrezione, è attualmente conservata nella religione cattolico-cristiana con l’usanza dei Sepolcri.
Passando alla parte inferiore del mosaico, si vede raffigurato un giovane efebo che corre tenendo in una mano una lepre per le zampe posteriori.
La lepre possiede un significato sessuale e secondo Ovidio, tra amanti era uso comune offrirla come pegno d’amore. Ma dai Greci essa era accomunata anche ad Hermes/Mercurio, altro dio psicopompo, ed è strettamente connessa al concetto di rinascita e resurrezione dalla morte. La lepre, infatti, è associata alla luna che ogni volta muore per risorgere ciclicamente. Non a caso, la festa cristiana della Pasqua e quella ebraica del Pesah cadono nel primo plenilunio di primavera e rappresentano le ancestrali celebrazioni della rinascita primaverile, della rinascita di un popolo che fugge la schiavitù d’Egitto e infine della resurrezione di Cristo. In Egitto Osiride riceveva ogni anno in sacrificio una lepre che veniva uccisa nel Nilo come buon auspicio per le annuali irrigazioni del fiume da cui dipendeva la loro agricoltura.
La narrazione musiva inizia proprio da qui, dal basso verso l’alto, raccontata dallo stesso Adriano che pretendeva di approvare personalmente tutte le opere dedicate ad Antinoo.
Il dono della vita (Fig. 8 )
Qui si vede il giovane Antinoo, nel pieno della sua gioventù, correre senza esitazione con la lepre in mano mentre offre la sua vita agli Dei in cambio di quella di Adriano avvolto in una sciarpa svolazzante che termina con due cuori a testimonianza del loro amore.
L’apoteosi: nasce il dio Antinoo (Fig. 9)
Lo vediamo nella parte centrale, ritratto da adulto con la sua inconfondibile capigliatura ma dal piglio serioso che si addice ad una divinità. Adriano l’ha consacrato al dio Osiride, il dio egizio della Resurrezione, e non poteva essere altrimenti visto che ha subìto lo stesso destino nelle stesse acque, seppure in circostanze diverse.
Viene rappresentato come “Osiride vegetante” ovvero con l’aureola di germogli di grano a simboleggiare la sua potenza rigenerativa. Il simbolo della resurrezione ripreso dalla religione cattolico-cristiana con l’usanza dei Sepolcri.
La ricongiunzione di Adriano con Antinoo, il grande amore della sua vita. (Fig. 10)
Nella parte superiore invece è rappresentato l’addio terreno e la promessa di Adriano di raggiungerlo nell’aldilà. Il calice con l’acqua zampillante simboleggia la vita, la ovvero la fonte della rinascita.
Sulle sue anse poggiano due colombe poste una di fronte all’altra. Esse rappresentano le anime di Adriano ed Antinoo che dissetandosi, daranno origine alla trasmigrazione e alla conseguente ricongiunzione nell’eternità.
Ma c’è un altro particolare molto evidente che tutti vedono ma nessuno ci fa caso, eppure è fondamentale: i viticci
Questi sono elementi tipici delle piante rampicanti che non avendo fusto si aggrappano e si avvolgono tenacemente ai sostegni che trovano per innalzarsi verso il cielo. Di norma, nella simbologia, sono collegati alla vite e all’edera e diventano anche motivo ornamentale ma in questo caso non ci sono foglie poiché il rampicante in questione non descrive una pianta bensì l’amore che nasce alla base, dove c’è Antinoo giovinetto (Fig. 11), con due ramificazioni (Adriano e Antinoo) che avviluppano le tre figure e salgono in alto dove raggiungono il culmine e si congiungono con un anello.
La solidità dei suoi viticci, sono il simbolo della fedeltà: il legame d’amore che si snoda con affettuosi abbracci.
Adriano visse altri otto anni dopo la perdita di Antinoo. Gli ultimi li trascorse qui a Baia e chissà quante volte, contemplando questo mosaico, il suo sguardo si sarà perso nei ricordi.
Morì a Baia il 10 luglio del 138. Aveva 62 anni.











Lascia un commento su "Il MOSAICO DI ANTINOO, al parco archeologico di Baia."