La serie dei prodotti rilevati nella zona La Pietra-Pozzuoli ed il relativo studio analitico-petrografico permette di trarre le seguenti conclusioni:
1° — I prodotti che si rinvengono da La Piera fino a Pozzuoli che costituiscono la base di tutti i prodotti affioranti appartengono al secondo periodo flegreo e costituiscono un classico tufo giallo che, ove con maggiore ove con minore potenza, si presenta comunque sempre interessato a fenomeni di assestamento come si può rilevare dalla presenza di piccoli salti e piccole discordanze e dalla abbondante fessurazione.
2° — La parete di tufo giallo presente alla base del Preventorio «Umberto di Savoia» in proprietà Giustino, da me messa in evidenza, con la sua composizione chimica perfettamente analoga a quella dei tufi di La Pietra e di Pozzuoli conferma l’ipotesi, già formulata dal VENTRIGLIA, di un unico apparato craterico il cui centro esplosivo è da ricercarsi, presumibilmente, nel tratto di mare antistante al molo di Pozzuoli. Infatti la parete del Preventorio è in prosieguo della parete tufacea del molo di Pozzuoli e della parete tufacea di La Pietra. I tufi facenti parte di questo centro eruttivo sono generalmente più basici di quelli del Vomero.
3° — Tra la chiusura dell’attività del cratere di Pozzuoli-La Pietra e l’inizio dell’attività del cratere di Agnano (che segnò l’apertura del terzo periodo flegreo antico), dovette intercorrere un lungo intervallo di tempo, in cui si verificarono degli assestamenti tettonici. Ciò viene avvalorato dalle fratture presenti nel tufo giallo, dalla presenza dei grandi solchi di erosione, colmati poi dai prodotti successivi ed infine dalla presenza dei numerosi strati di pozzolane giallo-azzurrine soprastanti al tufo giallo (riscontrate a La Pietra, in proprietà Acava, a Pozzuoli S. Gennaro in proprietà Giustino, ed al vallone La Bolla).
4° — Immediatamente dopo la deposizione dei prodotti di Agnano, ebbe luogo l’esplosione del cratere di Monte Olibano che, apertosi con lanci di scorie e ceneri, fu in seguito caratterizzato da una tipica fase lavica, che in un primo tempo formò la cupola detta di « Villa Cariati » e, successivamente, dopo un certo intervallo, con una seconda colata, costituì la cupola detta del « Rione Campanola ».
5° — Terminata l’attività del Monte Olibano senza alcun intervallo di tempo seguì l’esplosione della Solfatara. Questo cratere aprendosi un varco attraverso la lava della cupola della Campanola, perforò la trachite che fu successivamente rigettata sotto forma di blocchi di varie dimensioni, che si trovano frammisti ai prodotti stessi della Solfatara. Per questa ragione, la Campanola, direttamente interessata alla esplosione ed alla formazione di questo nuovo cratere, fu sconvolta nella sua costituzione, differenziandosi nettamente dalla cupola di Villa Cariati, che estranea a tale esplosione, rimase integra nella sua struttura.
6° — Per la presenza di rocce notevolmente alterate si può infine concludere che la zona tutta del Monte Olibano fu interessata ad una intensa attività fumarolica, che, per il passato, fu certamente ancora più intensa di quanto non sia attualmente.
Tutta la zona compresa tra Bagnoli e Pozzuoli è infatti ancora oggi sede di postumi di una attività vulcanica (ne sono prova le sorgenti termali presenti e sfruttate a scopo terapeutico), alla quale vanno ad associarsi i fenomeni bradisismici che investono tutto l’arco di costa costituente il golfo di Pozzuoli.
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Nel fianco sud della lava, vale a dire sul lato prospiciente al mare, sono state aperte due cave: la prima che si incontra venendo da Bagnoli, è chiamata Cava Musa , la quale, attiva nel passato, è stata da tempo abbandonata; la seconda, che trovasi poco prima dell’edificio delle Terme Puteolane, di gran lunga più importante, è nota col nome di Cava Regia .
I primi sfruttamenti di questa cava, più o meno certi, secondo gli storici, rimontano al 1447, epoca in cui il Re di Napoli Alfonso I d’ Aragona ordinò di adibire la roccia della Cava, detta poi Regia, per la costruzione del Molo della città di Napoli. Nel 1458 la roccia fu adibita ad uso bellico, nel senso che fu adoperata per le bombarde del Castelnuovo di Napoli e per le regie navi comandate da Pietro Sirvent e Giovangregorio Junques.
Il vero e proprio taglio di questa cava, si ebbe nel 1568, anno in cui il Vicerè di Napoli Don Parafando de Rivera, Duca di Alcalà, fece tagliare trasversalmente la porzione della falda meridionale della cava, confinante col mare, per continuare la strada che doveva congiungere Bagnoli con Pozzuoli. Tale strada, dal nome del Vicerè, fu chiamata « Via Rivera » e sostituì l’antica « Via Superiore » che congiungeva Napoli con Pozzuoli attraverso il Monte Olibano, i monti Monti Leucogei e la Solfatara.
A questi primi tagli della cava e di tutta la collina numerosi altri ne seguirono: tra i più noti si possono citare quello fatto effettuare dal Re Carlo di Borbone, fatto poi continuare dal figlio Ferdinando IV, al fine di impiegare la roccia per le fondazioni del molo di Napoli, delle vie litorali della città, e per la costruzione di scogliere atte a preservare le strade costiere dalla azione del mare. Successivamente la trachite della Cava Regia, opportunamente levigata, fu usata a scopo ornamentale: qualche applicazione si ha a Calstelnuovo, basi dell’arco trionfale e finestre della Sala dei Baroni, nella Chiesa di Donnaregina, nell’attuale sede del Banco di Napoli allo Spirito Santo, nel colonnato centrale del Tempio di S. Francesco di Paola, la cui costruzione fu iniziata nel 1817. Attualmente la cava, del demanio del Comune di Pozzuoli, viene ceduta ad imprese private in appalto per lo sfruttamento.
Dall’impresa Cidonio, attuale Ditta appaltante, ho avuto il permesso di entrare nella Cava a mio piacimento, per cui ho potuto compiere tutti i rilievi sia sul piano di base, il cui accesso è quanto mai agevole, sia sul limite superiore della cava il cui accesso, oggi, è praticamente impossibile. All’epoca in cui ho compiuto questi rilievi ed ho raccolto il materiale per lo studio, l’accesso al versante superiore era ancora possibile soltanto attraverso la proprietà Monti sita sulla collina di S. Gennaro: allo stato attuale il continuo brillare delle mine per lo sfruttamento della roccia ha profondamento modificato la configurazione della cava, in special modo quella del limite superiore, in quanto, il materiale di copertura, come specificherò meglio in seguito, non essendo molto adatto agli scopi ed all’impiego a cui la trachite viene adibita, viene rapidamente cavato senza alcun accorgimento tecnico e trasportato via.
Alla luce dei nuovi tagli e delle nuove osservazioni condotte sul terreno, le colate laviche del cratere del Monte Olibano risultano chiaramente in numero di due: la prima, che costituì la cupola di Villa Cariati, per la natura stessa del terreno in pendenza verso il mare, estese le sue propaggini in direzione di La Pietra raggiungendo il mare, come la lava, raggiungendo il massimo spessore all’altezza della Cava Regia, andò decrescendo di potenza verso Ovest, e, modellandosi sui precedenti prodotti, in parte erosi, riempì la valle fino all’attuale livello della stazione ferroviaria dei Gerolomini. Alla chiusura di questo primo atto eruttivo non seguì immediatamente il secondo, ma nell’intervallo vi fu un periodo di stasi dell’attività, per cui le acque superficiali ruscellarono, e successivamente deposero, materiali vari di trasporto come pozzolane rimaneggiate e sabbie.
La seconda colata, avendo avuto un maggiore espandimento verso Ovest, colmò la valle dei Gerolomini e, poggiando, in parte soltanto, sui materiali precedenti, costituì la cupola del Rione Campanola .
Tratto da:
Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche. Rendiconto January-December 1955: Vol 22 – Nota del dott. Renato Sinno, presentata dal socio A. Scherillo.
Ricerche di: Biagio Sol



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