Il vuoto. Riflessioni di un medico sul nemico invisibile Covid 19

Scritto da: Giuseppe Dante (medico chirurgo specialista in odontostomatologia)
Fotografie: Alessandra Calvi (A.I.R.F.)

Il vuoto. Che fatichi a riempire, perché paradossalmente pieno di pensieri e ricordi che disordinatamente si affastellano, giacciono inerti e inani in attesa di una mano gentile che li raddrizzi, li ordini, gli dia un senso.

Questo è quello che sento che avverto che sperimento sulla pelle nel tempo sospeso  che ci è dato vivere, sopraffatti dal senso di inadeguatezza al cospetto del Nemico Invisibile, subdolo nella sua strategia di accerchiamento, capace di insinuarsi nella mente e nell’anima prima che sulle membrane delle nostre cellule, abile nel corrodere la nostra già provata, martoriata umanità, formidabile nel cancellare e riscrivere le priorità, impadronendosi della libertà che ci illudevamo di possedere e condividere, capace di instradarci diligentemente verso il piano inclinato della Prigione mentale, dei sentimenti e dell’anima.
Dove non conta più il Noi, l’Insieme.
Dove ha poco peso e valenza l’empatia.
Dove come uno spettro etereo e pervasivo avanza la Disumanitá.

È questo che penso, mentre con gesti resi plastici ed efficienti dalla consuetudine che la mia professione mi ha imposto, indosso la mascherina, la contromascherina, gli occhiali protettivi, la visiera schermante, la cuffietta chirurgica la casacca il camice sterile, allontanando ancor più da me l’Altro, quello di cui devo prendermi cura, alleviarne le sofferenze, restituirgli il sorriso, e che adesso mi guarda smarrito, ha avuto il coraggio di uscire dal bozzolo in cui il Nemico, e poi lo Stato e poi se stesso lo ha avviluppato, e leggo nel suo sguardo la richiesta di aiuto ma anche la paura la diffidenza l’ostilità uno scontro di antitetiche pulsioni che lacerano la nostra già provata resilienza agli eventi, dove il medico, colui che cura, che si prende cura dell’altro, il faro che non ci fa smarrire nell’angoscia è forse lui stesso Untore e carnefice assumendo entrambe le vesti di taumaturgo e giustiziere, un ossimoro vivente e crudele e ti accorgi che qualcosa è cambiato.

Tutto è cambiato. Dentro e fuori di te.

E ti pervade un senso di stanchezza, di spossatezza torpida che rende più doloroso il senso di sconfitta immanente e pervasivo, il lento scivolare nella rassegnazione di una vita altra dove si cancella la ragione, la solidarietà la speranza il senso di comunione e condivisione, tutto ciò che ci ha fatto sentire uomini tra gli uomini.

Ma sei un medico. E non si può esserlo se non ami, se non partecipi e non soffri con l’altro da se’, se ti rassegni, se il cinico fatalismo diluisce il colore dei tuoi pensieri ed emozioni in un indistinto e torbido grigio offuscante, nebbia della memoria e nella memoria.

E ti avvicini. Sorridi. Fai. Agisci. Sfidi. Non ti fai sconfiggere. E rivendichi il diritto alla dignitá di una vita tra gli altri e per gli altri.

Nonostante tutto.

Foto Alessandra Calvi

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